tradizioni natalizie sarde

Natale in Sardegna: viaggio nelle tradizioni dell’isola

Natale in Sardegna: le origini di una festa amata da adulti e bambini

Il Natale in Sardegna è una festa dal sapore familiare, ricca di calore, suggestioni e antiche tradizioni che affondano le radici in tempi lontanissimi e vengono tramandate di generazione in generazione da diversi decenni.

L’etimologia del termine Natale è da ricondursi al latino Natāle per ellissi di diem natālem Christi (“giorno di nascita di Cristo”) che a sua volta deriva da natālis, ricavato da nātus (“nato”), participio perfetto del verbo verbo nāsci (“nascere”). 

La festa che celebra la nascita di Gesù Cristo è preceduta dalla stagione dell’avvento e dura dodici giorni, come stabilito nel 567 dal Concilio di Tours, dal 25 dicembre fino al 6 gennaio (Epifania del Signore) che commemora la prima volta in cui Gesù si mostrò al pubblico e venne visitato dai Magi come rappresentanti simbolici di tutta la terra.

Le prime tracce al Natale risalgono al Commentario su Daniele di sant’Ippolito di Roma, datato al 203-204, ma è nel calendario illustrato Chronographus, redatto intorno alla metà del IV secolo dal letterato romano Furio Dionisio Filocalo, che si fa riferimento alla data del 25 dicembre per indicare la nascita di Cristo. 

Va però ricordato che le origini storiche della festa non sono note ed esistono diverse ipotesi che provano a spiegarne la nascita, ma tre sono quelle più diffuse e conosciute. La prima vuole che la data del 25 dicembre sia stata scelta per far coincidere la festa pagana del Natalis Solis Invict (Giorno di nascita del Sole Invitto), con la celebrazione della nascita di Cristo che nel Libro di Malachia, un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanàkh) e cristiana, è descritto come nuovo “sole di Giustizia”.

Una seconda tesi, invece, sostiene che esista un legame tra Natale e i Saturnali, un ciclo di festività celebrate nell’antica Roma tra il 17 e il 23 dicembre in onore di Saturno, dio della rigenerazione e dell’agricoltura. 

Le celebrazioni dedicate alla divinità venerata dai Romani prevedevano sontuosi banchetti durante i quali avveniva lo scambio di piccoli doni, detti strenne (dal latino strēna che significa “regalo di buon augurio”), mentre tra i partecipanti era diffusa l’usanza di scambiarsi l’augurio io Saturnalia abbreviazione di Ego tibi optimis Saturnalia auspico (“io ti auguro di trascorrere lieti Saturnali”).

Infine, alcuni studiosi pensano che ci sia una relazione tra Natale e la festa ebraica della Ridedicazione del Tempio (Hannukkah) celebrata il venticinquesimo giorno di Kislev, un mese lunare che corrisponde a dicembre.

Natale in Sardegna: che cos’è Sa nott’è e xena? 

Le tradizioni del Natale in Sardegna sono spesso legate alla cultura agropastorale: è il caso di Sa nott’è e xena, ossia la “notte della cena”, che coincide con la notte della Vigilia e anticamente segnava il rientro a casa di tanti pastori dalla transumanza per trascorrere le festività con i propri cari.

Sa nott’è e xena è il momento in cui tutta la famiglia si riuniva intorno al camino, elemento simbolo della festa, dove durante la notte di Natale veniva bruciato il Su truncu de xena, un grosso pezzo di legno tagliato e conservato per l’occasione, che secondo la tradizione, per portare fortuna alla famiglia, doveva rimanere acceso per tutta la durata delle feste fino all’Epifania. 

Una leggenda nuorese narra che anche le anime dei defunti di famiglia si avvicinassero al fuoco caldo del camino durante la notte della Vigilia e per questo motivo, come illustrato dalla scrittrice Grazia Deledda nei suoi racconti, in passato era diffusa l’usanza di lasciare un boccale di vino e del cibo sulla tavola per tutta la notte. 

In passato, durante Sa nott’è e xena, gli anziani intrattenevano i bambini con le storie di creature che popolano il folklore sardo e i più piccoli potevano divertirsi giocando con Sa Tombùla (la tombola) o Su Barralliccu. Quest’ultima era una sorta di trottola a quattro facce ognuna delle quali aveva incisa una lettera: T per “tottu” (tutto), N per “nudda” (niente), M per “metadi” (metà) ed infine, P per “poni” (metti). Se la trottola si fermava sulla lettera T, il giocatore vinceva il premio, composto da noci, castagne e frutta secca, ma se il destino sceglieva la sfortunata lettera P, il giocatore doveva rinunciare a una parte del suo bottino. 

Con l’avvicinarsi della mezzanotte, il rintocco delle campane avvisa la popolazione che stava per iniziare la messa di Natale nota come Sa Miss’è Puddu, ovvero “messa del primo canto del gallo”. Durante la messa di Natale, la grande affluenza di pubblico diventava spesso fonte di baccano, disturbando il regolare svolgimento della solenne funzione, e in alcuni casi capitava persino di udire archibugiate in segno di giubilo. 

I Sinodi di Cagliari del 1651 e 1695, con l’obiettivo di porre fine al caos e alla confusione che si creavano in chiesa durante le celebrazioni del Natale, fornirono al Clero locale indicazioni precise vietando dolci, lanci di noccioline e archibugiate all’interno della chiesa in segno di festeggiamento.

Lo scrittore sardo Salvatore Cambosu, ripensando alla sua Orotelli, ben descrive l’atmosfera di Sa nott’è e xena nella sua opera “Miele Amaro”: “Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c’è una stalla vera con l’asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo”.

Va inoltre ricordato che la notte della Vigilia, la comunità offriva la cosiddetta mandada, ovvero un regalo solidale, alle famiglie più povere a cui veniva donata una ricca cesta di salsicce, formaggio e dolci secchi da consumare durante l’anno.

Natale in Sardegna: le tradizioni che raccontano l’isola

Sa nott’è e xena è solo una delle numerose tradizioni del Natale in Sardegna che spesso mescolano elementi religiosi, antichi riti e credenze popolari.

Nella cattedrale di Alghero, ad esempio, durante la notte del 24 dicembre è possibile assistere all’esecuzione del suggestivo canto della Sibilla, detto Signum Judicii o Señal del Judici, un canto medievale che testimonia i profondi legami fra la città e la Catalogna. Il mito della Sibilla, personaggi dotati di virtù profetiche, risale alle antiche civiltà greca e romana e in occasione della celebrazione della Vigilia annuncia il ritorno del Salvatore durante il Giorno del Giudizio. 

Eseguito rigorosamente in lingua catalana, il canto della Sibilla è stato dichiarato Bene immateriale d’interesse culturale dal Ministero dell’Industria, del Turismo e del Commercio il 16 gennaio 2004 e Patrimonio Immateriale dell’Unesco il 16 novembre 2010.

Anche in Barbagia non mancano tradizioni legate alle festività natalizie e di fine anno: la più conosciuta è Sa Candelaria, un rito che si celebra a Orgosolo ogni 31 dicembre. A partire dalle 8 del mattino e fino a mezzogiorno, i bambini tra i quattro e i dodici anni vanno di casa in casa ripetendo “A nolla dàzes sa candelarìa?” (ci date la candelarìa?). Per l’occasione le donne orgolesi preparano il Su cocòne de sa candelaria, un pane tipico della zona, da donare ai piccoli visitatori insieme a soldi, caramelle, dolcetti e frutta.

Un’altra antica tradizione natalizia della Barbagia è Su Nenneddu, una piccola statua di Gesù Bambino che a Bitti viene portata in processione di casa in casa e accompagnata con canti e preghiere.

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